Sergio Pirozzi vs don Sante Paoletti: dialogo a lettere aperte.


Sergio Pirozzi vs don Sante Paoletti: dialogo a lettere aperte. Da Il Giornale di Rieti di - del 14-07-2017 - AttualitĂ 

«In tutta questa vicenda sta venendo fuori la spettacolarizzazione del dolore» dice il sindaco.

«Dal 24 agosto poco è cambiato. Le macerie sono la testimonianza della devastazione materiale, fisica e spirituale. Ci ricordano la sofferenza e la morte di tanti nostri fratelli e di tanti, troppi bambini. Per questo sapere che sono diventate lo scenario di un film mi addolora» Così aveva scritto don Sante Paoletti in una lettera aperta al sindaco Pirozzi in relazione al film che Paolo Sorrentino vorrebbe girare anche ad Amatrice.

«Non mi sembra giusto fare di questa tragedia il palcoscenico di un set televisivo. Credo che ognuno abbia il diritto di portare quelle macerie nel silenzio del proprio cuore come in un nascosto sacrario, nella propria mente, nei propri ricordi, senza che diventino spettacolo al mondo intero. Già troppo è stato così».

«Con queste poche righe mi faccio interprete di centinaia di persone che desiderano rispetto e silenzio davanti a tanta devastazione. Le riprese del film, oltre a violare macerie intrise di sangue, violano il segreto intimo di ogni cuore che là ha pulsato e continua a pulsare. Non condivido queste riprese, e spero che il divieto di selfie sia valido anche per le personalità che vorranno visitare Amatrice. La gente è stanca, addolorata. Ricordo tutti gli amatriciani, anche quelli costretti a vivere lontano, ricordo i morti, le loro parole: non svendiamo Amatrice. Per favore».

E Sergio Pirozzi, a stretto giro di posta, così gli ha risposto:

«Caro Don Sante, ritengo una grave perdita di tempo, con tutte le incombenze che ho, e lo dico con il rispetto del caso, dover rispondere ad una lettera che tratta una questione (quella delle macerie di Amatrice e della loro “strumentalizzazione mediatica”) che per me in quanto Sindaco è ancora più pressante nonché dolorosa, perché continua a scatenare polemiche e critiche, di cui in questo momento certamente non abbiamo bisogno».

«Tuttavia sono obbligato a rispondere proprio perché in tutta questa vicenda sta venendo fuori un lato purtroppo caratteristico della nostra società: la spettacolarizzazione del dolore, usando qualsiasi mezzo non ultimo i social media con la loro enorme cassa di risonanza. E’ chiaro che la divergenza d’opinione è democratica, c’è chi ha perso la vita per garantirci una molteplicità di voci e pareri, ma quando si prendono certe iniziative, come hai fatto tu, usando l’intestazione della Diocesi, per postare la tua lettera prima sul web e oggi vederla pubblicata su un quotidiano a tiratura nazionale, invece di parlarne prima con me –e soprattutto un sacerdote dovrebbe rivolgersi in primis al singolo e alla sua anima e non al pubblico di Internet - è chiaro che tutto ciò non è avvenuto tra “pochi intimi” e senza spettacolarizzazione. Perciò anche la mia risposta deve essere di dominio pubblico».

«Condivido l’idea che le macerie di Amatrice siano il simbolo di un dolore sconfinato: quei sassi ci riportano alla memoria la vita che animava il nostro paese prima della paurosa notte del 24 Agosto. Quei sassi erano le nostre case, la nostra scuola, i nostri negozi e soprattutto sotto di essi hanno perso la vita gli amici di tutti i giorni. Intere famiglie distrutte per sempre. Proprio da questa sofferenza che non passa e che si rinnova ogni giorno, soprattutto per chi come me deve farsi carico di amministrare la cosa pubblica e dettare la linea per la rinascita del Borgo tra i più belli d’Italia, ho preso la decisione di non tornare mai più nella Zona Rossa: e così faccio dal 28 di agosto». « Lo considero come un capitolo chiuso, una parte del passato da non rivivere fin quando non verranno tolte definitivamente tutte le macerie. Per quanto riguarda l’aspetto cruciale di questa polemica, cioè l’autorizzazione data alla troupe di Paolo Sorrentino, è chiaro che non posso vietare l’espressione della libertà di stampa e artistica. Del resto, in veste di amministratore del Comune di Amatrice, ho autorizzato l’accesso alla Zona Rossa alla stampa nazionale ed internazionale, ai Capi di Stato, tra cui il Santo Padre, oltre ai vari funzionari e operativi delle Forze Armate e dei Vigili del Fuoco».

«Ci sono state situazioni in cui non ero per niente favorevole a dare il permesso, come ad esempio lo scorso Venerdì Santo, quando con molta riluttanza, e non solo per motivi di sicurezza ma anche perché a mio parere quella era una spettacolarizzazione del dolore, ho acconsentito allo svolgimento della Via Crucis ripresa dalla tv e sotto gli occhi di tutta la stampa. Invece l’ok al Premio Oscar Paolo Sorrentino che ha chiesto di imprimere sulla pellicola la facciata di San Francesco con le comparse per due sole riprese, nasce dalla considerazione che il cinema non è la TV, il cinema è immortale, e Amatrice, seppur ferita, vuole esserci per sempre. Negli accordi presi con la produzione ho imposto che la troupe riprendesse con le comparse solo ed esclusivamente questa chiesa, di conseguenza non si è trattato di un set televisivo nella Zona Rossa, non ho svenduto Amatrice come hai scritto nella tua lettera: per me, che sono lì in trincea dal 24 Agosto, la Rinascita di Amatrice, è una questione di vita o di morte, passa sopra ogni cosa».

«Ripeto: un conto sono due scene da inserire nell’opera di un grande regista un altro è un set televisivo, per non parlare poi degli ignobili selfie – che tanto mi hanno fatto incazzare - da postare su Facebook o Instagram al ritorno di una gita in montagna e su cui non voglio dilungarmi ulteriormente avendo affisso per tutta Amatrice i cartelli “no selfie luoghi di rispetto”. Come ho detto durante un’intervista al TG Uno, è stato anche un atto di forte denuncia contro la mancata messa in sicurezza dei nostri tesori architettonici, la Grande Bellezza di S. Francesco ridotta a rudere per una gravissima mancanza di sensibilità, non solo per colpevoli ritardi burocratici: questo è stato lo scempio, non le riprese. Dopo le vite umane dovevano essere salvaguardati quei simboli che avevano resistito alle prime terribili scosse e che invece non sono state protetti dal MIBACT. Mi auguro solo che la diaria delle comparse venga devoluta in beneficenza, magari proprio per la ricostruzione di San Francesco».

«E’ chiaro che come Sindaco di un borgo annullato dalla furia del sisma oggi ho ben altre priorità: ad esempio la denuncia continua contro i ritardi da parte dell’Ente Attuatore nello smaltimento delle macerie pubbliche e private, o sollecitare la consegna delle SAE tanto attese dalla mia gente con ripetuti sopralluoghi nei cantieri, in teoria non di mia competenza, come pure vigilare sulla corretta assegnazione delle SAE o del CAS (contributo di autonoma sistemazione) a chi davvero ha i requisiti idonei, agli aventi diritto, e non ai furbetti di turno. Questo lo dobbiamo alle 239 vittime e allo straordinario mondo della solidarietà che con la sua potente scossa di vita ci ha rianimato dopo quella mortale notte del 24 Agosto».



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