Il Giornale di Rieti - 13/02/2012 - di Maurizio Angeloni - Ugl Medici
La rivoluzione necessaria
Va intrapresa la riforma del rapporto di lavoro medico frenata qualche anno fa
La sanità italiana possiede validi esempi di qualità tecnica e professionale, ma la qualità organizzativa non è ancora tale da garantire l’appropriatezza invocata dal Ministro Balduzzi come «faro che illumina tutta la materia della sanità» nel suo editoriale sull’ultimo numero di Monitor, rivista dell’Agenas.
Il servizio sanitario pubblico, infatti, non è in grado di soddisfare i bisogni sanitari della popolazione in modo equo e soprattutto in tempi adeguati, mentre i parametri normativi di una visita entro 30 giorni ed esami entro 60 (ancor prima se c’è una certa urgenza) sono una chimera quasi dovunque. Oltretutto, in palese violazione della legge, si riscontrano casi di liste chiuse e inviti a richiamare in un secondo momento in numerosissime ASL.
È incomprensibile, poi, perché certe porte, chiuse persino per mesi per una visita o un esame, si spalanchino nel giro di qualche giorno o addirittura ore quando il paziente mette mano al portafoglio, anche se quelle porte non sono di uno studio privato ma semplicemente dell’ambulatorio intramoenia delle ASL. Le stesse che si guardano bene dall’informare il cittadino che, quando i tempi di attesa non vengono rispettati, egli ha diritto (DL n. 124 del 1998) ad ottenere la prestazione in regime di intra-moenia senza pagare la visita, che sarà a carico dell’azienda sanitaria a parte il ticket se dovuto.
Tutto questo non può essere giustificato e la causa principale sta nella cattiva organizzazione del lavoro dei medici. Un lavoro che è oggi sminuito del suo valore agli occhi dell’utenza e persino degli stessi medici, costretti ogni giorno a difendere dei diritti spesso dimenticandosi per questo dei doveri, invischiati in una regolamentazione del lavoro e delle relazioni aziendali ormai semplicemente contorta. Da questa pericolosa deriva, misconosciuta solo dagli ingenui e da coloro che vogliono affossare il servizio sanitario nazionale per il loro personale interesse, si può uscire esclusivamente ristabilendo il ruolo essenziale dei medici all’interno del servizio pubblico.
Come farlo? La risposta non può essere che una: esclusività del rapporto di lavoro all’interno delle strutture pubbliche, niente più dunque part-time, con garanzie retributive adeguate all’impegno del medico e conformi agli standard salariali europei. E senza ledere nessun diritto alla libera professione, ma questa solo nel proprio studio privato e con partita IVA, dopo però un lavoro a tempo pieno nella corsia o nell’ambulatorio pubblico sottoposto ad un rigido controllo della qualità e della tempistica delle prestazioni.
Dunque niente intra-moenia, rivelatasi onerosa per le Aziende Sanitarie e, dati inoppugnabili alla mano, inappropriata dal punto di vista della efficienza e della efficacia del servizio. Qualche anno fa, la riforma del rapporto di lavoro medico fu frenata, lo sa bene il nostro ministro, da ottuse velleità lobbiste ma anche dalla rigidità del governo verso un congruo adeguamento salariale del personale sanitario.
Allora, però, il tracollo del servizio sanitario nazionale non sembrava così vicino come adesso, l‘economia sanitaria prossima al fallimento e la politica di espansione del settore privato fuori da ogni logica di sinergia con quello pubblico. È perentorio dunque riconsiderare questa ipotesi che ci vedrebbe al passo con i più avanzati stati europei, senza più trincerarsi dietro la difesa di privilegi o rivendicazioni di diritti che contrastano con quello sicuramente più importante della equità della salute.
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