Il grido di Amatrice: ricostruzione, qui è tutto fermo


Il grido di Amatrice: ricostruzione, qui è tutto fermo Da Avvenire.it di Chiara Gabrielli del 17-01-2019 - Attualità

Abitanti e commercianti delle zone del sisma del 2016: senza ricostruzione, non ci sarà più lavoro Negozi e viabilità, ancora ritardi

«Qui stiamo morendo. Stiamo pensando di andarcene, non c’è più vita da queste parti. Ma sembra che non importi nulla a nessuno». È il grido disperato della popolazione di Amatrice, Accumoli, delle loro frazioni, nel Lazio, e di Arquata del Tronto, nell’Ascolano: è cominciato il terzo anno per le terre distrutte dal terremoto di agosto 2016, e nulla, o quasi, sembra essere cambiato.

C’è chi resiste da quelle parti, innamorato com'è del posto dov'è nato e cresciuto, ferito ora da migliaia di scosse sismiche, alle prese con le nevicate, puntuali come ogni anno, dei giorni scorsi. «Se non c’è ricostruzione, non c’è lavoro e allo stesso tempo se la ricostruzione non parte, se ne andranno le attività produttive e per quando avranno ricostruito qui non ci sarà più nessuno – spiega Marina Gentile, commerciante di Amatrice –. È un circolo vizioso, insomma. Noi, fino all’anno scorso, avevamo ancora la speranza, la speranza di vedere rinascere il paese. Ora, che siamo entrati nel terzo anno dal terremoto, iniziamo ad aver paura che non si muoverà mai nulla. Più il tempo passa e si succedono i governi, più la volontà di ricostruire continua a non esserci. Qui nessuno ha il coraggio di prendere le decisioni, nessuno si assume le responsabilità. E con questo terzo commissario straordinario, sembra di essere tornati indietro. Sappiamo benissimo che non esiste la bacchetta magica, ma allo stesso tempo non è possibile che non ci sia nemmeno un segnale di ripresa».

Basta guardare com’è ancora ridotto il paese: o, ancor più nel dettaglio, le condizioni del cimitero. «È proprio abbandonato, tutto come allora, le stesse macerie davanti – prosegue Gentile –, e le macerie si vedono ancora anche lungo il corso. È il terzo anno dal terremoto, e ancora camminiamo tra i detriti. Non abbiamo più tempo. Stiamo morendo. Non si cura un tumore con l’aspirina. Se continua così ce ne dovremo andare». Sono due i 'nuovi' centri commerciali ad Amatrice, il Corso e il Triangolo: ospitano negozi, ma anche studi di dentisti, di tecnici, e attività varie. Marina Gentile vive in una delle casette insieme al marito: con lui ha lanciato il profumo '401 è Amatrice'.

«Portiamo avanti il negozio da 30 anni, ma adesso l’incasso è di 50 euro al giorno, e la situazione non va. Chi viene da queste parti infatti non può neanche restare a dormire, dato che il territorio è completamente privo di strutture ricettive. C’è anche tutto il problema viabilità, ma sembra che non importi nulla a nessuno. Prendiamo la strada che sale ad Amatrice ad esempio, l’accesso che poi conduce al corso. C’è un piccolo tratto in quella via, circa 50 metri, che diventa impraticabile con il ghiaccio, i veicoli si mettono di traverso, è pericoloso. Basterebbe poco per sistemarlo. È una piccola cosa, che però mostra quanto il disinteresse sia totale. Poi, e basterebbe questo per far capire quanto è profondo il disagio, non abbiamo un pronto soccorso, e soltanto da poco siamo riusciti a ottenere che rimanga un medico dopo le 20, fino a un paio di mesi fa se ci si sentiva male alle 20.05 si restava fregati».

Ad Accumoli hanno avuto problemi nelle casette, dove sono spuntati muffa e topi, e hanno dovuto sostituire i pavimenti. Anche nel Maceratese, nelle Marche, le casette erano marcite: ora sono in corso controlli a tappeto sui moduli abitativi per individuare il problema. E se la vita nei centri un po’ più grandi è complicata, nelle frazioni è difficilissima. Solo Amatrice ne conta 69 e in una di queste, a Bagnolo (otto chilometri in linea d’aria da Amatrice) vivono appena 30 persone: bambini, anziani, ventenni, uomini e donne.

Solo cinque case su 67 qui sono agibili. Ora la sua popolazione vive tutta nelle casette, otto Sae (Soluzioni abitative in emergenza) complessive, a circa 300 metri da dove si trova il paesino. «Bisogna tenere sempre i termosifoni al massimo, altrimenti si muore di freddo – spiega Giampiero Capone –, qui fanno 17 gradi sotto lo zero. Ma le caldaie stanno all’esterno delle casette, non va bene, l’acqua si gela dentro i tubi. E per di più non hanno terminato l’area esterna, che è il problema più grosso. L’edilizia è completamente ferma, lo è tutta l’economia, da queste parti. Cosa faccio, quindi? Sto dietro agli animali». «La ricostruzione non è partita – dichiara il sindaco di Arquata, Aleandro Petrucci –, abbiamo svolto le perimetrazioni nei borghi, qualcuno ci deve dire cosa dobbiamo farne. Bisogna far partire la gara. Ho sette paesi che aspettano. Oltre al capoluogo, le frazioni, e cioè Pretare, Piedilama, Tufo, Capodacqua, Vezzano e Pescara del Tronto». Su quest’ultima il responso è già arrivato tempo fa: non potrà mai essere ricostruita dov’era, l’area ha un rischio idrogeologico troppo elevato, tanto che i tecnici l’hanno paragonata a Rigopiano. «Stanno ancora portando via le macerie – sottolinea Petrucci –, ne hanno rimosse 230mila tonnellate, ne restano ancora 120mila. Vengano a vedere con i loro occhi le condizioni della nostra terra».



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